Lazio, il modello di business della società biancoceleste miope e anacronistico

Lazio, il modello di business della società biancoceleste miope e anacronistico

Rassegna stampa

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Per due decenni la gestione di Lotito è stata accompagnata da una narrazione distorta, con poche voci critiche.

«È un bravo imprenditore!» «C’ha salvato, siate riconoscenti». «La dimensione della Lazio è questa, cosa pretendete!» Ma i dati raccontano una storia molto diversa. 5,9 milioni di euro in 22 anni. È quanto la proprietà ha effettivamente iniettato nelle casse della Lazio fino a oggi, nella forma di versamenti in conto futuri aumenti di capitale, come documentato nei bilanci depositati. Restano fuori dal computo, ovviamente, le somme spese per acquistare azioni da altri soci: quelle non entrano nelle casse del club. Del resto è una politica rivendicata: «Non faccio aumenti di capitale per rispetto dei tifosi», dichiarava il presidente già nel 2014. Eppure, l’idiosincrasia verso le ricapitalizzazioni è stata il problema meno grave della sua gestione. Il ricorso pressoché nullo alla finanza per investire ha lentamente soffocato la Lazio. Un’impresa che non investe è un’impresa destinata a morire. Un club di calcio, che può contare su una quota relativamente stabile di diritti televisivi, rappresenta tuttavia un’eccezione: non muore, vivacchia.

Questa è stata la «vision» di Lotito per 22 anni: vivacchiare grazie ai diritti tv. Sull’altare del rigido autofinanziamento e di un rischio d’impresa pressoché azzerato sono stati sacrificati investimenti in aree vitali per una squadra di calcio: settore giovanile, scouting, comunicazione, marchio e stadio. E dire che, in 22 anni, il tempo per intervenire, anche con prudenza e per piccoli passi, non è certo mancato. Gli unici investimenti significativi hanno riguardato il centro sportivo di Formello: terreni, ristrutturazioni, nuovi edifici. Il mattone al posto del pallone, insomma. Le famose «solide realtà», che hanno generato costi di manutenzione invece di calciatori di valore. Somme finite in larga parte nelle casse delle società di servizi riconducibili al presidente, come documentano le note sui rapporti con parti correlate dei bilanci depositati: oltre 110 milioni di euro in 22 anni, comprendendo anche i rapporti con la Salernitana negli anni della doppia proprietà. Non solo. La Lazio ha garantito a Lotito una straordinaria visibilità, trasformandolo da imprenditore sconosciuto a potente senatore. Lui sì che, dal 2004 a oggi, è cresciuto.

La fine, a partire dalla pandemia, delle vacche grasse dei diritti tv e l’arrivo in Serie A di nuovi investitori, dotati di patrimoni e competenze manageriali, hanno messo in luce tutti i limiti del modello di business della Lazio, miope e anacronistico. Quello che i cosiddetti «spargitori di mestizia» prevedevano da anni si è verificato. Il calo dei ricavi ha imposto un ridimensionamento del costo della rosa, scivolato dal quinto-sesto posto tenuto stabilmente per oltre un decennio all’ottavo del 2025, con proiezione al nono per il 2026, e, di conseguenza, della competitività sportiva della Lazio.

Tutto questo dovrebbe far ragionare i pochi che ancora sostengono l’attuale gestione della Lazio. Non certo Lotito, che ha ampiamente dimostrato di subordinare la dimensione sportiva a tutto il resto. Forse, però, esistono altri numeri che potrebbero indurlo a riflettere. Nel 2026 l’enterprise value della Lazio ha invertito la rotta: 519 milioni nella stima Football Benchmark al 1° gennaio, in calo sull’anno precedente, mentre il valore dei grandi club europei continuava a crescere. Il valore del brand, stimato da Brand Finance, è in flessione da anni. La maggior parte dei sostenitori biancocelesti è stanca. Oggi la diserzione dell’Olimpico e la rinuncia all’abbonamento descrivono ciò che la moderna Teoria dei Giochi, formalizzata da John von Neumann e Oskar Morgenstern nel 1944, chiama «strategia dominante». È la scelta razionale dei tifosi, indipendente dalle azioni delle altre parti, a cominciare dalla Società Lazio. In tanti farebbero bene a capirlo. Il Tempo