Rivive sul grande schermo il mito di Senna
ROMA- Il Primo maggio saranno trascorsi 17 anni da quel tragico schianto. Autodromo di Imola, un tragico week end: il pauroso volo di Barrichello il venerdi, la morte di Ratzenberger il sabato, il destino di Ayrton Senna che si compie tragicamente la domenica. Asif Kapadia, il regista inglese di origine indiana che ha diretto il documentario “Senna” da ieri nelle sale cinematografiche aveva allora 22 anni e la Formula 1 non rientrava tra i suoi interessi. Forse è per questo che nel confezionare il suo “Senna” non si è preoccupato di raccontare con fantasia ed epicità la parabola del mito, il tragico destino di uomo straordinario, nato per correre nel segno della fede e del suo Brasile. Ha preferito affidarsi alla sceneggiatira cronachistica di Manish Pandey, tifoso di Ayrton fin da ragazzino. Senna portava la sua terra nel cuore, i colori giallo e verde sul casco, la bandiera che sventolava orgoglioso dopo ogni vittoria e che avrebbe avvolto la sua bara nell’ultimo viaggio. Ah, se solo avesse avuto anche la forza di interpretare i segni del destino, di trovare la forza di non correre in quel dannato Primo maggio... Il film è la cronaca della sua carriera, dai kart all’epilogo imolese, passando per i tre titoli mondiali vinti, per quelli perduti. La rivalità con Alain Prost, sempre più accesa, condita da episodi controversi che fanno apparire il francese come il “cattivo” della storia (insieme con l’allora presidente della FIA, Balestre) campione in pista ma strettamente integrato nei meccanismi del potere. «Prost non è il cattivo - precisa il regista Kapadia - quanto piuttosto la politica dello sport, l’agire in nome del denaro e degli interessi».
Viene tratteggiata insomma l’irresistibile ascesa di un campione ma soprattutto di un uomo straordinario, anche, se non soprattutto, per la sua normalità. Per la semplicità e per i valori che hanno ispirato la sua vita, sportiva e non. La famiglia ha messo a disposizione filmati privati, dove finalmente si vede un Ayrton sorridente, sulla barca, mentre si diletta con lo sci nautico. Quando corre, quando risponde alle interviste, il volto del mito è intenso, quasi dolente. Le sue parole mai banali. Soltanto quando finalmente riesce a trionfare davanti al suo pubblico, in un Gran Premio del Brasile condotto miracolosamente in porto nonostante il cambio della sua macchina sia bloccato sulla sesta, si lascia andare: urla, urla di gioia e poi sviene per il grande sforzo. Mette i brividi riascoltarlo. Gli abbracci al padre, i timori della madre, le parole della sorella. La preoccupazione per i bambini brasiliani che aiutava con sostanziose donazioni benefiche. «Ayrton Senna è sempre rimasto un uomo semplice, cosa rara nell’ambiente della Formula 1» ricorda il medico Sid Watkins, che confessa la sua ammirazione per la persona, così diversa dagli altri campioni dell’automobilismo. Il quale poi racconta: «La morte di Ratzenberger lo turbò moltissimo. Conoscevo la sua passione per la pesca, gli dissì: Ayrton, molla tutto e andiamocene a pescare insieme». «Non posso smettere di correre» rispose Ayrton. che la mattina dopo si presentò in pista. L’uscita alla curva del Tamburello, il terribile impatto: la rottura del piantone dello sterzo, il puntone della sospensione che lo colpisce penetrando nella visiera del casco giallo e verde: «15 cm sopra o sotto e Senna sarebbe uscito dall’abitacolo con le sue gambe». «La carriera di un pilota di Formula 1 non dura molto - diceva Ayrton - Quando avrò smesso spero di vivere a lungo...». Per la sua fede in Dio venne anche dileggiato, nei giorni più aspri dei duelli con Prost. La mamma racconta che alla vigilia del maledetto Gran Premio fatale, Ayrton aprì una pagina della Bibbia a caso, e lesse del dono più grande che Dio gli avrebbe riservato. «Quando verificai le condizioni di Senna - racconta ancora Sid Watkins - capii subito che non c’era nulal da fare. Ma il corpo era ancora in tensione, poi all’improvviso si rilassò. Io non sono religioso ma percepì come un sospiro e pensai: ecco l’anima di Ayrton che lascia il suo corpo».
Leandro De Sanctis, corrieredellosport
redazione GLP
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